Introduzione alla Messa di S. Biagio 2026
Concluso il Grande Giubileo dell’anno 2000, papa S. Giovanni Paolo II pubblicò la lettera apostolica Novo Millennio Ineunte, cioè all’ “Inizio del nuovo millennio”.
Si licet parva componere magnis, vorrei prendere a prestito le parole del grande Pontefice per ricordare che con la celebrazione di S. Biagio 2026 inizia, in certo qual modo, un nuovo millennio, quello cioè della certa devozione al Santo qui a Codogno, sulla base del documento di cui lo scorso anno, in questa medesima circostanza, si fece l’ostensione, documento che attesta l’esistenza in città di un luogo di culto, dedicato al santo vescovo e martire, dal 1025.
Novo millenio ineunte, quindi! Il Papa aggiungeva: “un nuovo tratto di cammino si apre per la Chiesa, mentre riecheggiano nel nostro cuore le parole con cui un giorno Gesù, dopo aver parlato alle folle dalla barca di Simone, invitò l'Apostolo a «prendere il largo» per la pesca: « Duc in altum » (Lc 5,4). Duc in altum! Questa parola risuona oggi per noi, e ci invita a fare memoria grata del passato, a vivere con passione il presente, ad aprirci con fiducia al futuro: «Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!» (Eb 13,8).
Vorrei, pertanto, che la festa di S. Biagio di quest’anno rappresentasse per la Comunità Pastorale e per tutti i cristiani della Città un fiducioso slancio in avanti, una nuova uscita per pescare nel mare tumultuoso nel nostro tempo che racchiude sfide ed opportunità. Una tra tutte, quella dell’intelligenza artificiale. Non mette luogo qui neppure accennare alla complessità della questione, ma alla risposta della comunità cristiana alla sfida sì. E la risposta sta proprio nella realtà comunitaria della Chiesa fatta di volti e di storie. Alla chiusura in un mondo fittizio in cui sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione, il vangelo, l’Eucaristia, la comunità cristiana col suo dinamismo sono fatti realissimi, che rappresentano un vero antidoto alla deriva individualista nella quale corriamo tutti il rischio di farci trascinare.
La presenza alla nostra celebrazione del Vescovo, che salutiamo con deferenza e affetto e che ringraziamo, ci garantisce una delle dimensioni vitali ossia quella della “comunione ecclesiale”, senza la quale non si realizza neppure la relazione col Signore.
Chiediamo dunque a S. Biagio che interceda per tutti noi un rinnovato slancio di evangelizzazione, un coraggioso “gettare le reti”, senza paura della complessità del mondo a cui ci rivolgiamo, sapendo cogliere le opportunità che ogni stagione, sia pur travagliata come la nostra, ci può offrire.
Compiremo anche il gesto tradizionale della benedizione della gola. Come ho già avuto modo di dire in questi giorni, dalla gola transita la voce. Impegniamoci dunque, anche in forza di questo rito, a far sì che dalla nostra gola – come ci chiede papa Leone - escano parole disamate, per offrire il nostro contributo all’edificazione della pace.
Risposta all’indirizzo del Sindaco S. Biagio 2026
Grazie, Sig. Sindaco, delle sue parole e del suo augurio, nel rinnovarsi dell’incontro annuale tra la Città e la Chiesa che in essa è pellegrina. Ci riunisce il legame con il patrono, S. Biagio, la devozione dei fedeli e dei cittadini di Codogno per il Quale - si può dire – inaugura oggi il suo secondo millennio.
Saluto con viva cordialità S. E. il Signor Prefetto di Lodi, il Presidente della Provincia di Lodi, il rappresentante del Questore, i Comandanti provinciali dei Carabinieri e dei Vigili del Fuoco e tutte le altre Autorità civili e militari la cui presenza onora la solennità odierna; saluto i rappresentanti di tutte le Associazioni. Il trovarci qui insieme, nella memoria del Patrono, costituisce un seme buono che, nella cordiale collaborazione, sia pure nella distinzione dei ruoli, può portare frutto per il bene di nostra gente.
Sono ancora nuovo di Codogno e in attesa di conoscere meglio la realtà, mi faccio guidare in questo mio primo intervento – proprio perché oggi la Città e la Chiesa si incontrano – da alcuni passaggi del discorso che il Papa ha tenuto agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede il 9 gennaio del nuovo anno, in occasione dello scambio di auguri. Egli, agostiniano, prendendo spunto da una delle maggiori opere di S. Agostino, il De Civitate Dei, La Città di Dio, ispirata dai tragici eventi del sacco di Roma del 410 d.C., presenta una profonda e complessa riflessione, che suggerisco di leggere interamente, a motivo della ricaduta che può avere sulle scelte da compiere ai nostri giorni. La lontananza temporale, ma anche la sensibilità culturale diversa così come lo sviluppo di categorie del pensiero differenti non possono tralasciare il fatto che proprio la nostra sensibilità culturale ha tratto linfa da quell’opera, che, come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo.
Agostino legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte. Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche – dunque anche quelle qui rappresentate – dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali. Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero Romano.
Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore sia una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici. In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia. In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile.
La Città di Dio non propone un programma politico ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista.
Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali.
Il Papa sviluppa quindi una riflessione sulla crisi del multilateralismo, che noi possiamo ben applicare al dialogo tra le varie istituzioni, Chiesa compresa, nella sua dimensione locale. Dice Leone XIV: “Lo scopo del multilateralismo è, dunque, offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare, sul modello dell’antico foro romano o della piazza medievale. Tuttavia, per dialogare occorre intendersi sulle
parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro. Egli osserva – cito - che «i muti animali, anche se di specie diversa, s’intendono più facilmente di loro, sebbene entrambi siano uomini. Infatti, poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l’uno all’altro i propri pensieri, una grande affinità di natura non giova nulla per stabilire rapporti, al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo».
Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali affinché nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.
Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano. Per cui, nell’attuale contesto si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione.
Il Papa sviluppa poi altre argomentazioni, che qui non abbiamo il tempo di considerare, quali la centralità della famiglia e la tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale, invece di mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente, tenuto conto che ciò è prioritario, specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità, questione che tocca anche la nostra Città con i suoi 164 decessi e 95 nascite nell’anno da poco terminato. Come già dicevo il 31 dicembre, in occasione del Te Deum, il clima generale rispetto all’apertura alla vita, determinato da filosofie inclini al raggiungimento di standard di benessere molto alti, da difficoltà economiche e dal desiderio di affermazione personale a scapito della paternità e della maternità, non aiuta certamente a risalire la china della denatalità.
Se Sant’Agostino evidenzia la coesistenza della città celeste e di quella terrena fino alla fine dei secoli, il nostro tempo sembra piuttosto incline a negare “diritto di cittadinanza” alla città di Dio. Sembra esistere solo la città terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini. Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine”, che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace, la quale interessa tanto la società e le nazioni quanto lo stesso animo umano, ed è essenziale per qualunque convivenza civile. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena. Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da se stessi».
Gentili Signori, lasciamoci illuminare e guidare da queste alte parole di Leone XIV: ne troverà vantaggio il nostro operare nelle varie realtà cui siamo preposti; ne trarrà vantaggio la vita di tutti quanti abitano questa città, soprattutto quella delle nuove generazioni, che ci sta molto a cuore e che perciò raccomandiamo tanto al nostro Patrono.

