Venerabile Antonia Maria Belloni


Forse non tutti sanno della devozione che Santa Francesca Cabrini nutriva nei confronti della Venerabile Antonia Maria Belloni , e la cappella dove sono conservati i resti di quest’ultima, nella Collegiata di S. Biagio a Codogno, è dedicata anche alla Santa degli emigranti.

Maria Agnese Belloni nasce nel 1635 a Triulza, piccolo ma allora molto popolato paese immerso nella campagna appena fuori Codogno, e proprio circondata da grandi campi sorge una Cappelletta dedicata alla Beata Vergine Maria che appare in visione alla Venerabile Antonia Maria Belloni (la gente di Triulza designa familiarmente la Cappella come la “Beata Antonia”). 

In un pomeriggio di primavera l’allora quattordicenne Maria Agnese sta percorrendo, in compagnia della mamma e di alcune donne, una stradina che, attraverso la campagna, può condurre da Triulza fino al Santuario dei Cappuccini di Casalpusterlengo. E’ un’abitudine e un gioco per le bambine fermarsi a raccogliere i fiori per l’altare della Chiesa, mentre le mamme pian piano proseguono il cammino. Improvvisamente appare davanti a Maria Agnese una Signora di bellissimo aspetto che affabilmente inizia a parlarle ed a porle domande, dalla quale si congederà solo al richiamo della mamma.

Era l’anno 1649; la dolce Signora che l’aveva intrattenuta risultò essere la Beata Vergine Maria. La “visione” determinerà un cambiamento radicale nell'esistenza di Maria Agnese e resterà un’esperienza sempre presente al suo cuore per i quasi settant'anni della sua vita religiosa. Secondo quanto riportato dalle monache  del monastero di Santa Chiara di Codogno, in particolare da due pronipoti, (che a loro volta avevano ricevuto accurate informazioni dagli zii, due fratelli francescani della Venerabile), la Beata Vergine chiese:  “Che fate voi qui la mia figliola, che più tardate a portarvi a Santa Chiara, e ivi rendervi religiosa? “. Maria Agnese rispose che non ne era all'altezza in quanto non sapeva leggere e non conosceva le regole del Monastero, ma la Signora  replicò “…che andasse pure, e non dubitasse, che ogni difficoltà sarebbesi facilmente superata”. Il primo ad essere informato della visione fu naturalmente il padre il quale, dopo prudente indagine e avendo la possibilità di affrontare la spesa,  non si oppose a che la figlia fosse affidata al monastero delle clarisse. Nei tre anni che seguirono Maria Agnese, da analfabeta qual’era, imparò a leggere perfettamente ed a cantare nel coro meglio di tutte le altre monache.

La vocazione era ormai maturata in lei; le venne dato l’abito francescano con la sobria cerimonia della vestizione e assunse il nome di Suor Antonia Maria. Dopo l’anno di prova ed il noviziato fece la solenne professione religiosa.

La vita monastica di Suor Antonia era semplice e regolare: ella ne accettava ed amava in particolare la dimensione comunitaria e quella della povertà evangelica.

Ricoprì molti incarichi, dai più umili a quelli più delicati ed impegnativi: infermiera, portiera, maestra delle novizie, madre vicaria. Manifestava un profondo senso di carità verso i poveri e i bisognosi ma i mezzi del monastero erano limitati: quando non poteva disporre di denaro contante, la cui fonte erano i fratelli, distribuiva i frutti essiccati durante la buona stagione ma anche la semente delle verdure che crescevano nell'orto al fine di stimolare la volontà dei tanti indigenti e non fornire soltanto aiuti immediati. Inculcava nelle monache, timorose che “viziasse” troppo i poveri, la convinzione che nella generosità avrebbero trovato la garanzia di non mancare mai del necessario.

Tra il 1665 ed il 1670 per ben due volte, a causa delle guerre, le monache dovettero abbandonare il monastero e raggiungere quello di Santa Chiara in Lodi. Qui si prodigò in favore delle ammalate, anche delle più gravi o caratterialmente indisponenti, che nessuno voleva accudire.

Nel 1673, a soli 38 anni, in deroga alla norma stabilita dal Concilio di Trento ed ottenuta formale dispensa, venne chiamata a ricoprire la carica di superiora o abbadessa, ruolo che venne poi riconfermato per ben tre volte. Questo non le impedì di continuare a circondare di premure le suore ammalate e di aiutare materialmente i poveri.

Nel 1718 venne scelta per la quarta volta a reggere la comunità ma rifiutò, sentendo che giorno per giorno le forze necessarie venivano a mancare (mancava un anno alla morte). Visse quest’ultimo anno intensamente, senza chiedere esenzioni e privilegi, continuando ad usare anche la “disciplina” (cioè il flagello di corda nodosa) una volta la settimana e tre volte nel tempo di quaresima.Morì l’11 gennaio 1719. Il suo corpo venne tumulato nella chiesetta del monastero, nel sepolcro comune delle monache, nel coro, senza cassa, sulla nuda terra. Negli anni che seguirono, la salma di Suor Antonia Maria Belloni, la prima deposta nel sepolcro, fu ricoperta da quella delle altre monache che venivano a mancare; nel 1737 dovendo tumulare l’ennesima monaca defunta, ci fu la necessità di fare spazio tra le salme (la cripta ne ospitava diciotto). Con grande sconcerto si scoprì il corpo intero ed incorrotto di Suor Antonia Maria Belloni. Negli anni che seguirono diverse traslazioni interessarono i resti mortali della Venerabile, fino all'odierna collocazione nella cappella dedicata, come già detto, anche a Santa Francesca Cabrini, a suo tempo devota della Venerabile, al cui ricorso attribuì conforto ed incoraggiamento per la sua missione nel mondo.

Fonte: Ferdinando Sudati - La Venerabile Antonia Maria Belloni