Omelia nella S. Messa della III Domenica di Quaresima - 15.03.2020

Abbiamo appena ascoltato un dialogo. Altrove nel vangelo assistiamo a segni, gesti, miracoli di Gesù (Cana, Tempio, servo del centurione, cieco nato, Lazzaro). Qui si riferisce un dialogo tra due estranei, che partono da esigenze ordinarie della vita, da bisogni quotidiani, quali la sete fisica. Il soggetto dell’argomentare è anzitutto la sete, una necessità primaria, che anche Gesù sperimenta insieme alla fame. E Gesù ha invitato a non saltare questo primo livello della vita delle persone, corresponsabilizzando ciascuno di noi ogni volta, perché non ci aspettassimo il miracolo quando la soluzione può dipendere in gran parte dalla nostra responsabilità. Cristo non è dispensato dai bisogni primari “Dammi da bere perché ho sete”; e fa naturalmente appello alle risorse del prossimo. Ma si imbatte subito negli ostacoli che frenano la generosità della risposta: “Tu, giudeo, chiedi a me samaritana?” È il vizio atavico di chiudersi nei confini e distinguere tra noi e gli altri, i nostri e i loro, quelli che secondo noi hanno titolo per contare e quelli di cui possiamo fare a meno. Gesù, con quella domanda, afferma il diritto a soddisfare i bisogni primari per il solo fatto di essere uomo e non per l’appartenenza a qualche categoria umana. Si affaccia già qui la cultura dello scarto. Nella nostra situazione corriamo questo rischio quando mettiamo in concorrenza la salute della persona anziana con quella della persona che ha una probabile aspettativa maggiore di vita. Per tutelare il diritto universale alla salute preoccupiamoci piuttosto del contenimento rigoroso del contagio con comportamenti responsabili, accogliendo seriamente i dispositivi emanati; a chi di dovere lasciamo la competenza per la creazione di posti sufficienti di terapia con personale adeguato. Risponde alla cultura dello scarto anche la teoria inammissibile della selezione naturale, dove il forte prevale a prezzo della vita del più debole; ma in questa situazione potrebbero sentirsi penalizzati da un coordinamento troppo centralizzato i più poveri e fragili, rispetto a chi gode di maggiore autonomia. Ma anche tutti noi: non chiudiamoci nel nostro dramma, fino al punto di dimenticare tante altre tragedie che nel mondo generano tuttora migliaia di vittime, come per la siccità in Africa o per le guerre in Medio Oriente.

Non usciremo cambiati da questa emergenza se non riconosceremo ad ognuno la dignità che gli compete come persona umana, senza preferenze di parte.

L’esperienza che stiamo vivendo ci impone stili di vita rinnovati che ci esercitano nella sobrietà. Alla condizione forzata siamo forse rassegnati, ma cogliamola come opportunità per una maggiore ricerca dell’essenziale. “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete”, dice Gesù alla Samaritana. L’acqua e altri analoghi sono beni essenziali, di cui costantemente abbiamo bisogno. Ma perché dobbiamo dare spettacolo di accaparrarci di tali beni come ci aspettasse una carestia o una siccità straordinaria, quando l’acqua potabile scende abbondante da ogni rubinetto? Quale brama ci prende per non gestire secondo sobrietà i nostri approvvigionamenti? È la nostra sete di sicurezze che ci fa ritenere essenziale anche il superfluo? La crisi che stiamo vivendo ci chiederà il conto. Alleniamoci da subito a stili di vita più essenziali, a riscoprire nelle relazioni, nell’utilizzo dei beni, nelle scelte di vita ciò che è più genuino, indispensabile, valido per il bene comune oltre che per quello individuale: perché i sacrifici che ci attendono ci trovino preparati. Non usciremo rinnovati da questa emergenza se non riscopriremo ciò che è essenziale.

Il sintomo della sete dichiarato da Gesù ha però una valenza che supera le dinamiche della sola sfera fisica: è invocazione che nasce dal desiderio impellente non solo di ricevere, ma anche di donare. Gesù ha sete di donare se stesso, di comunicare la sua vita, di partecipare il suo Spirito, lo Spirito divino. “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva.” “Se tu conoscessi…”. Il popolo protesta davanti a Mosé: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?”. Dove sta il Signore? Da che parte? L’emergenza è un invito a porci la domanda: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?” o almeno a formulare un dubbio, come quello della Samaritana: “Che sia lui il Cristo?” ”Ma sarà proprio vero che Gesù è il Signore?”. È presente? Dove si trova? Lo troviamo in chi ha bisogno, in chi ha sete di ricevere: nel malato, nel povero, nel fragile, nel solo, in tutte le situazioni che invocano aiuto e solidarietà. Anche in chi ci ha lasciato. Lì Cristo si identifica: “L’avete fatto a me”. Ma lo troviamo anche in chi mette generosamente a disposizione energie, risorse personali, tempo, vita, cioè in chi ha sete di donare. Se vogliamo riconoscere la presenza di Dio possiamo scoprirlo in entrambe le direzioni, purché ci sintonizziamo sulla frequenza dell’amore. Su questa onda il Signore non ci sarà mai impercettibile, perché l’amore è la sua natura. Forse non ci accorgiamo di lui, ma lui lì c’è. E sicuramente insinua almeno l’interrogativo “Che sia lui il Cristo?, il Signore della vita, della mia vita?”

Cristo si identifica con chi è ultimo, e ci invita a servirlo negli altri. Per questo egli ha scelto il silenzio nascosto dell’Eucaristia, che rimanda direttamente al sacrificio del dono di sé. Gesù sulla croce ripeterà le medesime parole: “ho sete”. Lì Gesù non arde solo di una sete fisica; è bruciato dalla sete della volontà del Padre e dal desiderio ardente di salvare tutti donandosi. Madre Teresa di Calcutta metterà queste parole “Ho sete” in ogni cappella delle sue comunità. Sono il motivo del dono della sua vita agli ultimi, alla ricerca di Gesù in loro. “Dolce Signore – ha scritto in una sua preghiera - sazierò la tua sete per le anime con il mio amore ardente per te. Il mio calice sarà colmo di amore e di sacrifici compiuti per te, sazierà sempre più la tua sete per le anime”.

Non ne usciremo cambiati da questa emergenza se non cercheremo di raggiungere una falda più profonda dove attingere l’acqua viva di cui ci ha parlato Gesù anche oggi.

Don Iginio