Omelia nella S. Messa della IV Domenica di Quaresima - 22.03.2020

I discepoli di Gesù partono in quarta con un giudizio bel pesante sul personaggio di questo passo evangelico: l’uomo cieco dalla nascita. “Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” Bel complimento per questo poveraccio! Non sono molto lontani i discepoli dall’apprezzamento dei Giudei nei suoi confronti: “Sei nato tutto nei peccati”. Prevale l’idea di un Dio, inflessibile nel punire il peccatore. L’ira di Dio era predicata anche da Giovanni Battista, ma Gesù ha corretto il tiro. Il suo annuncio non è minaccioso, ma è buona notizia, il vangelo della misericordia e compassione di Dio. La risposta di Gesù è secca. “Né lui ha peccato, né i suoi genitori”. Sventure, contagi, calamità non sono sanzioni che Dio infligge a causa del peccato, per dimostrare la sua potenza. Semmai sono occasioni perché “siano manifestate le opere di Dio”. Non dobbiamo lasciarci prendere da questa lettura: il mondo va male e arriva questo mostro a sistemarci per bene. Siccome il virus non ha nessuna intelligenza è chiara l’intenzione sottesa, cioè la prospettiva del dies irae, giorno dello sfogo dell’ira di Dio. Non è la prospettiva evangelica. È vero che è una strage di malati e di vittime. E ci sembra di aver a che fare con un Dio apparentemente impassibile di fronte a tanto strazio. Quante volte sono, siamo testimoni di vera tragedia. E ci sentiamo impotenti specialmente di fronte all’esito fatale del contagio. È pure vero tuttavia che un rapporto franco e dialettico con Dio comporta anche un confronto duro come quello di Giobbe che grida in faccia a Dio il suo dolore, perché la fede nell’ora della prova è una lotta con Dio. Dalla nostra parte si è messo suo Figlio per sostenerci in questa lotta con la sua pazienza e persuaderci che Dio è sempre Padre, non padrone insindacabile del nostro destino. E per aiutarci a sollevare lo sguardo oltre il nostro limite, per avvertire che ci è riservata comunque una benedizione.

Sì il Signore Gesù è luce per la profondità del nostro sguardo. L’incontro di Gesù con un uomo cieco dalla nascita ci parla anzitutto di un dono di cui non ringraziamo mai abbastanza il Signore: la vista. Il non vedere, la cecità fisica è una menomazione che impedisce di rendersi conto della realtà attraverso gli occhi, attraverso il dono sublime della vista. Noi diamo molto per scontato i doni di cui il Signore ci ha dotati e ci dimentichiamo di ringraziare, come se tutto sia dovuto. Ce ne accorgiamo quando ci capita di non potere più disporre pienamente di tali doni o addirittura di esserne privati. Come stiamo sperimentando tutti in questa situazione. Che diventi almeno occasione di passare dalla pretesa del tutto dovuto alla consapevolezza della gratuità dei doni della vita. E gli esempi che vediamo di condivisione, vicinanza fraterna, solidarietà diventino appello a una più decisa volontà di maturare intesa sociale per il bene comune e generosa comunione ecclesiale. Che possano con più frequenza risuonare nel linguaggio del tempo che verrà le parole “grazie”, “volentieri”, e perfino ”scusa”.

Gesù si fa prossimo di questo cieco nato, perché lui è la luce e lo guarisce dalla sua menomazione, riplasmando la sua umanità secondo il progetto originario del Creatore. L’uomo è fatto per vedere, e con il gesto di Gesù anche questa creatura acquista la sua integrità, cioè la piena autonomia e la capacità di godere la bontà e bellezza di ciò che lo circonda. Così l’uomo può partecipare dello sguardo stesso di Dio che si compiace del bene uscito dalle sue mani: “e vide che era una cosa molto buona”. Anche quando la creatura non corrisponde più al disegno originario Dio non rinuncia al suo sguardo benevolo. Per questo Gesù dimostra benevolenza verso questo cieco, recuperandolo alla integrità originaria con il gesto che richiama la plasmazione del primo uomo col fango: “fece del fango, spalmò il fango sugli occhi del cieco”. “Perché siano manifestate le opere di Dio”, il quale crea e ricrea. Il gesto di Gesù nei confronti del cieco dalla nascita non è guarigione di una malattia, ma evento creativo che riporta questa persona all’integrità originaria, segno di un’opera creativa ancora più radicale che il Signore compie: Dio non perde il suo sguardo di amore sulle sue creature, ma è sempre disponibile a riplasmarle, ridonando loro la bontà originaria, perduta con il peccato, mediante la Luce che è Gesù. Luce risplendente davanti agli occhi riaperti di chi nel battesimo si è immerso in quella piscina di Siloe che è la Chiesa. Senza la luce del Signore noi restiamo ciechi e brancoliamo nel buio dell’esistenza. Con la luce del Signore possiamo seguire la nostra vocazione di arrivare a vedere Dio: “La gloria di Dio è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è la visione di Dio” (S. Ireneo). Ma allo stesso tempo partecipiamo allo sguardo di Dio che riconosce l’uomo non soltanto segnato dal peccato e dalle sue debolezze, ma nella sua destinazione, candidato alla dignità piena di figlio di Dio. Anche nella tenebra di quest’ora gli occhi della fede intuiscono la presenza di Cristo accanto a noi e si dedicano a custodire la dignità e la grandezza di ogni figlio di Dio, assicurata per l’eternità dal Figlio di Dio fatto uomo.

È di questo vedere più profondo che ci parla il Vangelo di oggi.

Chi è o chi sono i veri ciechi di questo episodio del Vangelo? Tutti i personaggi della vicenda sono dotati della vista fisica.

I vicini e conoscenti del cieco nato pongono domande, ma non si interrogano, non si pongono in questione e restano alla superficie dell’evento. Non vedono.

I genitori del cieco nato per paura non vanno oltre una banale e distaccata constatazione del fatto. Non vedono.

I farisei con il loro sapere teologico, autosufficiente e impermeabile, arrivano ad accusare Gesù e lo stesso cieco nato come peccatori, pur di non lasciarsi interpellare dall’evidenza dei fatti.

Senza la luce del Signore siamo tutti ciechi. Occorre lasciarsi abbagliare dallo splendore della verità che è Gesù; custodire i nostri sensi perché si orientino al bene e alla verità per cui sono stati fatti; occorre domandare al Signore che soprattutto in quest’ora buia ci aiuti a vedere con la fede, come il cieco che non soltanto ha acquistato la vista, ma ha professato la fede: «“Lo hai visto: è colui che parla con te” Ed egli disse: “Credo, Signore!” E si prostrò dinanzi a lui.»

Ci aiuti in questo la Vergine Immacolata che dal catino dell’abside della nostra chiesa schiaccia la testa del drago che spalanca le sue fauci feroci. Presidio sicuro delle nostre comunità, ci assista nella lotta e ci ottenga la serena vittoria.

Don Iginio