Omelia nella S. Messa della II Domenica di Quaresima - 08.03.2020

Generalmente ascoltavamo questo passo del Vangelo nella liturgia festiva, quando insieme come comunità si poteva dire con san Pietro: “è bello per noi essere qui”. La solennità della liturgia, la profusione della produzione artistica nel nostro tempio, i canti corali, la partecipazione massiccia in alcune eucaristie, la contemplazione raccolta del mistero: tutto autorizzava a riconoscere la liturgia festiva come il luogo della nostra anima, delle nostre anime, con le stesse parole che Pietro dice a nome di tutti: “è bello per noi essere qui”. Oggi, come domenica scorsa, come in questi quindici giorni, qui è ancora deserto e ci è difficile sentire nostra l’esclamazione di Pietro “è bello per noi essere qui”, mentre ci troviamo a condividere, con chi ci segue attraverso i mezzi, il turbamento per i disagi di chi è afflitto dal contagio, l’ammirevole e tenace pazienza di chi si sta prendendo cura di loro, la generosità di chi si fa carico delle svariate necessità, la solitudine di quanti invocano un aiuto, il dolore struggente di chi ha perso qualche caro, magari senza il conforto di un ultimo saluto. Che senso possiamo dare oggi a queste parole? Valgono anche oggi per noi?

Tutto l’evento della trasfigurazione parla dello splendore di Gesù che si manifesta in una forma diversa, superiore, così da lasciar intuire il punto di arrivo della sua vicenda terrena. Pietro si esprimerà più tardi con queste parole: “siamo stati testimoni oculari della sua grandezza” (2 Pt 1,16ss). Poco prima della trasfigurazione Gesù aveva annunciato la sua passione. Ora portando con sé i tre discepoli sull’alto monte li proietta verso l’esito finale glorioso della sua vicenda. Essi porteranno impressa in sé questa immagine vittoriosa di Gesù, per essere capaci di riconoscerlo non soltanto nei momenti di successo della sua missione terrena, ma soprattutto quando egli sarà mostrato non trasfigurato, ma sfigurato sulla croce. Anche nella sua passione Gesù rimane il Cristo glorioso; anzi l’evangelista Giovanni vede la morte di Gesù come l’ora della sua nascita alla gloria. E siccome il destino di Gesù è diventato anche il nostro, questa per noi è l’ora di prova della fede, l’ora cioè di riconoscere nella nostra croce attuale il permanere dello stesso destino di grandezza e di gloria. Questo metterà le ali ad ogni sforzo messo in campo per farsi carico dei disagi, per la considerazione fattiva della grandezza e dignità di ogni persona anche quando è debole e in difficoltà, a non scartare nessuno, e darà forza e coraggio per continuare a vivere inchiodati alle ristrettezze dell’emergenza. Il monte della trasfigurazione prepara a sostenere la sfida dell’altura del Calvario: credere in Gesù e di conseguenza non perdere di vista il destino di gloria che in Gesù è riservato a ogni uomo, perché ciascuno di noi è più grande della sua semplice apparenza. Ci aspettano altri giorni di vita condizionata entro una zona rossa ora più allargata, ma la pazienza dimostrata in questa sfida sarà premiata dalla gioia di ritrovarci insieme a suo tempo a godere della contemplazione del mistero nella liturgia, con la rinnovata persuasione che “è bello per noi essere qui”.

C’è un altro registro, oltre a quello della visione, che interpella i discepoli: quello dell’ascolto: la voce del Padre, che invita a vedere in Gesù il suo Figlio, si impone: “Ascoltatelo”. Il clima culturale caratterizzato dalla visione accende ad ogni livello nella nostra sensibilità una sete di immagini, secondo una estetica non sempre compatibile con la contemplazione del volto del Signore; e molte volte diminuisce, quando non inibisce la disponibilità all’ascolto sia della parola sensata e ponderata, sia della Parola che Dio ci ha detto in Gesù. Siamo inondati di immagini anche riguardo a questa emergenza, ma abbiamo bisogno di ascoltare una parola significativa che ci accompagni in questo passaggio della vita. La fede è sempre stata descritta come ascolto, naturalmente della Parola di Dio. A quale ascolto, a quale fede ci chiama il Signore? Non dimentichiamo che la Parola del Signore non è una tisana, fa male, comporta una conversione, come dice un personaggio del romanzo Diario di un curato di campagna: “Io pretendo semplicemente, quando il Signore trae da me, per caso, una parola utile alle anime, di sentirla dal male che mi fa.” (G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, “Oscar Mondadori 29”, A. Mondadori Editore, Milano 1965, pag.62). Con quale fede siamo arrivati a questa emergenza? Se nella nostra vita ci siamo lasciati contagiare dal virus di una fede “comoda” neppure l’emergenza riuscirà a ristabilirci in salute come credenti. Quando il credente cede alla mondanità, al compromesso frequente, a vivere come se Dio non esistesse, a negare la fraternità universale (come non ricordare i nostri fratelli tribolati del Medio Oriente?); quando assolutizza il superfluo a scapito dell’essenziale, si accaparra sicurezze puramente terrene, quando non gli fa né caldo né freddo la sospensione della Messa domenicale, la sua fede farà fatica a rianimarsi nella prova. I discepoli sono invitati all’ascolto per non fermarsi all’emozione spettacolare del momento straordinario della trasfigurazione che ha colpito la sensibilità. Sono invitati all’ascolto, cioè, in vista del ritorno alla vita ordinaria, quella che si svolge una volta scesi dal monte della trasfigurazione. È lì che la fede vive accontentandosi dell’ascolto attento a ciò che il Signore suggerisce. Se cresce lì la sete della Parola di Dio, il desiderio della liturgia domenicale, la contemplazione quotidiana del volto di Dio anche nel povero e sofferente, allora ne beneficerà il credente anche nell’emergenza. Non illudiamoci però che l’emergenza rianimi una fede “comoda”, che non intende cambiare i propri stili di vita. Cambiamento che ci è chiesto perfino dai responsabili della gestione sociale di questo momento. “Ascoltate lui”, dice la voce dalla nube. E subito Gesù ha una parola che incoraggia i tre discepoli: “Alzatevi e non temete”. Erano a terra come tramortiti dall’evento e intimoriti. Ecco la parola che risuona anche nella nostra situazione: “Alzatevi”: rianimate la vostra fede per uscire da questa esperienza cambiati; “non temete”: non temete di riprendere la vostra vita ordinaria forti di uno stile più evangelico.
Don Iginio